
Le dottrine politiche.

La centralit della politica nella filosofia di Platone.
Platone apparteneva a una delle pi illustri famiglie di Atene,
attiva in politica fin dai tempi di Solone. Nella Settima Lettera
(un importante documento autobiografico scritto nel 353 avanti
Cristo) egli afferma: Quando ero giovane [...] pensavo di
dedicarmi alla vita politica non appena fossi divenuto padrone di
me stesso (323 b). L'occasione capit molto presto, con il
governo dei Trenta Tiranni, che aveva preso il potere ad Atene
dopo la sconfitta di Egospotami. Platone era nipote di Crizia, uno
dei massimi esponenti di questo governo, e all'inizio stava per
cedere all'invito di prendere parte alla vita pubblica, ma ben
presto si rese conto della vera natura del nuovo regime: Tra
costoro [i Trenta] erano alcuni miei familiari e conoscenti, che
subito mi invitarono a prendere parte alla vita pubblica, come ad
attivit degna di me. Io credevo veramente (e non c' niente di
strano, giovane come ero) che avrebbero purificata la citt
dall'ingiustizia traendola a un viver giusto, e perci stavo ad
osservare attentamente che cosa avrebbero fatto. M'accorsi cos
che in poco tempo fecero apparire oro il governo precedente: tra
l'altro, un giorno mandarono, insieme con alcuni altri, Socrate,
un mio amico pi vecchio di me, ad arrestare un cittadino per
farlo morire, cercando in questo modo di farlo loro complice,
volesse o no; ma egli non obbed, preferendo correre qualunque
rischio che farsi complice di empi misfatti. Io allora, vedendo
tutto questo, e ancora altri simili gravi misfatti, fui preso da
sdegno e mi ritrassi dai mali di quel tempo (324 d-325 a).
La democrazia riconquist il potere nel 403, in un clima di
violenze e di sospetti (i capi oligarchici furono tutti uccisi a
tradimento) che favor la condanna a morte di Socrate. Il commento
di Platone nella Settima Lettera  piuttosto moderato e non
coinvolge direttamente il nuovo potere nel processo contro
Socrate; ma la riflessione finale esprime ci che tutti i
discepoli di Socrate pensarono nei giorni seguenti il processo e
la condanna del maestro: Vedendo questo, e osservando gli uomini
che allora si dedicavano alla vita politica, [...] tanto pi mi
sembrava che fosse difficile partecipare all'amministrazione dello
Stato, restando onesto (325 c-d). Alla morte di Socrate i suoi
discepoli, compreso Platone, si allontanarono da Atene. Platone
ben presto si separ dagli altri e intraprese una serie di viaggi
(in Italia e in Egitto). Tornato ad Atene, decise di assumere
l'eredit filosofica, morale e politica di Socrate. In particolare
egli si convinse che il compito del filosofo fosse quello di non
arrendersi alla violenza della storia, alla illegalit (anoma)
in cui vivevano gli uomini, all'ingiustizia.
Platone considerava il compito del filosofo diverso da quello del
politico o del moralista. La sua convinzione era che, attraverso
la filosofia, il Lgos dell'uomo fosse in grado di acquisire un
sapere epistemico (cio una conoscenza certa e incontrovertibile
della Verit; in questo caso epistemico  da intendersi non
tanto come scientifico, che porterebbe a fraintendimenti, ma
piuttosto secondo il suo significato etimologico: ci che si pone
sopra, ep-stemi, alla realt oggettiva, contrariamente
all'opinione soggettiva, dxa) e quindi di comprendere il nmos,
le norme su cui regolare anche la vita sociale. Per Platone
diventava cos possibile formulare una teoria politica dello Stato
perfetto.
Nella Settima Lettera troviamo due passi particolarmente
significativi dell'impegno politico di Platone e della convinzione
che la proposta politica da lui formulata dovesse essere messa
alla prova e trasformarsi in un'esperienza concreta (egli vedeva
nei tiranni di Siracusa i possibili realizzatori del suo progetto,
e per tale motivo si rec pi volte in Sicilia). Nel primo passo
Platone afferma: Alla fine mi decisi, perch mi pareva che se si
doveva tradurre in atto le mie dottrine sulle leggi e sullo Stato,
quello appunto era il momento (328 b-c). Poco pi avanti afferma
ancora: [...] v'andai [...] per un senso di vergogna che provavo
soprattutto al pensiero di essere soltanto un facitore di parole
(328 c).
Platone non volle appartenere alla categoria dei teorici puri -
quali sarebbero stati, ad esempio, Aristotele e Hegel -, e deve
essere collocato fra quanti hanno considerato un loro preciso
dovere affrontare il rischio dell'impegno personale e diretto
nell'attivit politica - come faranno dopo di lui altri grandi
nomi della storia della filosofia, da Seneca a Marx -. L'idea di
un impegno politico particolare, proprio del filosofo, gli era
nata dalla riflessione sugli esempi forniti da Socrate e dai
grandi legislatori dell'antica Grecia, a cominciare da Licurgo, e
infine da una serie di considerazioni sul rapporto filosofia-
politica.
Platone aveva compreso che la critica dei sofisti portava a un
relativismo gnoseologico ed etico con conseguenze disastrose per
la vita pubblica, tali da annullare il criterio di legittimit, l'
thos (la tradizione, il consenso pubblico, il diritto dei
cittadini) su cui si fondava il potere della plis, come aveva
dimostrato l'esperienza del governo dei Trenta: un potere fondato
non pi sul diritto, ormai indebolito e confuso, ma sulla forza e
sull'oppressione, cio una tirannide.
La battaglia politica di Platone doveva quindi prima di tutto
collocarsi sul piano teoretico come lotta contro il relativismo,
distruttore dell' thos, a favore della distinzione fra giusto e
ingiusto, fra lecito e illecito. Platone ritenne che la soluzione
del problema stesse nel trovare un fondamento epistemico alla
conoscenza. In questo tentativo egli diede il meglio di s come
filosofo; e - formulando la teoria delle Idee - si convinse di
essere diventato possessore di un sapere oggettivo, inoppugnabile,
indubitabile, inattaccabile dalla critica e in grado di confutare
il soggettivismo dei sofisti. A questo punto diventava possibile
anche una rifondazione della politica sul piano pratico e
operativo, come richiedeva la crisi profonda delle pleis greche.
La dottrina politica di Platone  espressa principalmente nel
dialogo Politea (Repubblica, Stato). Nel primo libro viene
presentata la tesi del sofista Trasimaco, per il quale la
giustizia altro non  che l'utile del pi forte; e il pi forte 
sempre chi detiene il potere. Spinto da questa provocazione,
Platone esamina i vari tipi di sistema politico, dall'aristocrazia
alla timocrazia, dall'oligarchia alla democrazia, alla tirannide.
Alle teorie politiche tradizionali Platone ne contrappose una
nuova, che pretendeva avere un fondamento epistemico in quanto si
basava niente meno che sulla struttura dell'anima umana
(Repubblica, quarto, 434 c-440 a). E, come l'anima era divisa in
tre parti -razionale (con funzione di guida), concupiscibile e
irascibile -, cos avrebbe dovuto esserlo anche la societ; il
compito di guidarla doveva venire assegnato a chi ne era pi
degno, perch pi vicino alla Verit (al Mondo delle Idee), cio
al filosofo. Gi nel Fedro Platone aveva stabilito una sorta di
gerarchia degli esseri umani e aveva messo al primo posto il
ricercatore della sapienza, del bello o un musico o un esperto
d'amore, all'ottavo e penultimo un sofista e un demagogo,
all'ultimo un tiranno (Fedro, 248 d-e).
Questa teoria, che Platone considerava in grado di risolvere la
crisi politica della Grecia, si risolse sul piano pratico in un
completo insuccesso (come riconosce egli stesso nella Settima
Lettera). Questo insuccesso metteva in discussione la radice
stessa della sua filosofia e l' epistme che essa aveva prodotto.
Platone riprende i temi del mito di Theuth sulla difficolt, o
addirittura sulla impossibilit, di comunicare per scritto la
conoscenza pi alta della Verit, trasmissibile invece solo
attraverso il rapporto diretto fra maestro e discepolo. Nella
formazione del governante-filosofo diventa centrale il momento
educativo, che evidentemente era mancato ai tiranni di Siracusa,
che non si erano lasciati convincere n dalla sua parola, n dai
suoi scritti. Ci ebbe una conseguenza positiva per Platone:
egli non cedette alla tentazione di trasformare la sua filosofia
in un sistema chiuso e autosufficiente; rimase, come Socrate, un
filosofo sempre aperto alla ricerca della Verit, sempre in
movimento, costantemente disposto al dialogo e alla revisione
continua delle proprie concezioni. Un ruolo importante in questa
direzione ebbe l'incontro con Archita di Taranto, anch'egli
filosofo impegnato nell'attivit politica, il quale mise Platone a
confronto con le dottrine pitagoriche, che lo stimolarono a un
ripensamento di tutti i suoi princpi filosofici.
La conclusione del lungo itinerario filosofico-politico di Platone
si trova nel dialogo le Leggi, il cui messaggio  di una
semplicit disarmante: lottare contro la tirannide ponendo su
tutti, compresi i governanti, il potere assoluto delle leggi. In
questa proposta il problema del rapporto libert-bene e del
rapporto virt civica e fame di ricchezza e di potere viene
risolto da Platone con la repressione dello spirito
d'insubordinazione (tn anarchan; Leggi, 942 d), affinch l'Idea
del Bene possa trionfare. Fra anarchia e oppressione "a fin di
bene", egli propone dunque la seconda soluzione

